I draghi di Komodo e “Le avventure di un giovane naturalista” di Attenborough.

In questo fantastico libro l’autore insieme ai suoi collaboratori, va in giro per il mondo, in particolare Asia e Sud America, per catturare animali esotici e trasferirli nello zoo di Londra.

David Attenborough e Komodo

Sono gli anni ’50, un periodo in cui la cultura televisiva si sviluppa esponenzialmente, e i fruitori hanno fame di qualsiasi cosa gli venga dato in pasto attraverso quel tubo catodico. In questo caso gli animali esotici offrivano duplice attrattiva, perché potevano essere visti di persona presso lo zoo, oppure in un programma televisivo, quando proprio in quegli anni iniziavano a circolare i primi documentari e i programmi che parlavano di animali in diretta. Ecco perché questi uomini hanno così tanto interesse nel compiere queste estenuanti e dispendiose missioni di cattura.

Nel 58 l’autore, David, e il suo collaboratore Charles erano su un esile barchetta (chiamata praho) di appena 7 metri, salpata da Surabaya diretta verso Komodo, una delle isole in cui vivono i Draghi di Komodo.

Queste bestie, che non sono dei veri e proprio draghi mitologici, sono state osservate per la prima volta agli inizi del ‘900. Sicuramente questo era un animale che poteva soddisfare ampiamente la voracità del grande pubblico.

I giorni passarono e dell’isola non si vedeva nemmeno l’ombra.  Il capitano in realtà non conosceva la zona delle Piccole isole della Sonda. Le risorse ormai troppo scarse. Non soffiava un alito di vento, e la barca era incagliata al fondale, l’unica cosa da fare era aspettare una brezza di vento che avrebbe spinto il praho fuori dalla costa.

Drago di Komodo (Varanus komodoensis)

L’Arrivo all’Isola

Una volta arrivati sull’isola, e dopo essersi stabiliti nel villaggio nei pressi dell’unica baia attraccabile a Komodo, Charles e David pianificarono subito i giorni successivi per trovare questo enorme varano grazie all’aiuto dei cacciatori locali.

Il duaja, come viene chiamato il drago di Komodo dagli indigeni dell’isola, è un animale carnivoro e saprofago (cioè si ciba di animali morti e in decomposizione). Sfortunatamente per loro, il primo giorno in cui si avventurarono nella foresta iniziò a piovere.

Non pioveva molto, ma quello che bastava per eliminare il mefitico odore della carne in decomposizione che fungeva da esca. Inoltre, secondo gli indigeni, i buaja odiavano il brutto tempo e non sarebbero mai usciti dalle loro tane. Stanchi e scoraggiati, David e Charles, con la loro attrezzatura per filmare e catturare l’imponente creatura, se ne tornarono al villaggio tristi e zuppi d’acqua.

Il giorno successivo però fu una giornata radiosa, con il sole che cuoceva la pelle e rifletteva sul mare cristallino. L’esca era ancora appesa, per evitare che durante la notte qualche creatura rubasse il ricco bottino, e puzzava quel tanto per appestare l’aria tutta intorno.

L’autore sottolinea quanto lungo ed estenuante fu l’appostamento.

Ad un certo punto qualcosa attirò l’attenzione di David, e il suo sguardo si paralizzò.

Un incontro entusiasmante

Era un gigantesco drago di Komodo, lungo almeno 3 metri, le cui acuminate fauci distavano solo 4 metri dai due compagni. Il drago però non si scompose, nemmeno dopo averli visti. Semplicemente di sdraiò sull’umido terreno e continuò a fissarli, mentre ritmicamente tirava fuori la sua lunga lingua biforcuta. Dopo qualche minuto, si alzò per raggiungere altri buaja intenti nel recuperare le esche puzzolenti, e la distanza diminuì sempre di più. 3 metri, 2 metri, 1 metro e mezzo… Per poi cambiare drasticamente direzione e costeggiare il gruppo, per arrivare all’agognato bottino.

La giornata si concluse con la cattura di quello stesso esemplare che osservò impassibile i due avventurieri. Una cattura totalmente inutile però, perché le autorità indonesiano impedirono l’esportazione del drago, ma l’autore sostiene che la gioia più grande fu quella di filmare quelle incredibili bestie nel loro habitat; pericolose ma tranquille, che vivevano la loro vita in un vero e proprio paradiso.

Non facciamoci traviare dal racconto, perché questi animali sono davvero molto pericolosi. La pericolosità del drago di Komodo deriva dalla sua possenza, dalla forza della sua coda, dall’elevata quantità di batteri e dalla presenza di sostanze velenifere nella sua bocca. Questo esempio di gigantismo insulare utilizza la sua forte coda per bloccare e tramortire la preda, per poi sopraffarla morderla e dilaniarla.

Tra Mito e Realtà

La sua particolare dieta, composta anche da carne putrescente, gli permette di avere un buon ricambio di batteri che colonizzano la sua saliva. Oltre ad una saliva contaminata, si aggiungono sostanze velenifere che creano un mix perfetto che uccidono o rallentano la preda. Anche se non sono dei gran corridori, questi varani sanno bene come cacciare, tendendo agguati nella fitta boscaglia, in cui anche un uomo può facilmente cadere.

Un aspetto curioso dei draghi di Komodo, che riflettono le loro abitudini solitarie, è la presenza di un meccanismo riproduttivo che non necessità di un accoppiamento, la partenogenesi. Le femmine, infatti, possono dare alla luce dei figli anche se manca il maschio! Però in questo caso la prole sarà tutta al maschile con una coppia di cromosomi Z, a differenza dei mammiferi.

Ora i draghi di Komodo sono presenti in moltissimi giardini zoologici e sono conosciuti in tutto il mondo, ma pensate un momento a quei momenti della storia in cui la natura era per lo più un’incognita, e queste parsone avevano il compito di sporcarsi le mani per andare a scoprire tesori naturali incredibili.

Momenti della storia in cui il naturalista era ancora un vero e proprio avventuriero che trascorreva gli anni in condizioni estreme, a soffrire le peggio condizioni ambientali e a meravigliarsi con i propri sensi delle bellezze naturali, invece di soffrire di mal di schiena e di dolore agli occhi per il troppo utilizzo del computer.  


Ascolta “Attenborough e il Drago di Komodo: Impronta Animale” su Spreaker.

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