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Clonare il MAMMUT lanoso è possibile? Video|Trascrizione

mammut lanoso youtube

Riportare in vita un animale estinto come il mammuth è sempre stato il sogno bagnato di un po’ tutti noi che guardiamo ancora i primi jurassic park, e non vi mentirò, a me scende la lacrimuccia solo a pensarci. Chiediamoci però che conseguenze avrebbe una scelta del genere in un mondo come il nostro, perché per farlo, a quanto pare si può fare… Ma perché farlo? 

Il 13 settembre l’imprenditore Ben Lamm e il genetista George Churc hanno annunciato la fondazione di Colossal, una compagnia che come primo obiettivo si è prefissata di riportare in vita il mammut lanoso, parente lontano dei nostri elefanti odierni vissuto nel Pleistocene, fino a circa 5000 anni fa. Wow sembra una figata, ma come funziona? In pratica hanno intenzione di utilizzare l’ingegneria genetica, in particolare un’innovativa tecnica chiamata CRISPR, per andare a tagliuzzare il codice genetico di elefante indiano per poi inserire geni che codificano per caratteristiche come la pelliccia lunga, orecchie piccole e tutta quella serie di adattamenti al clima freddo che rendono iconico il mammuth. 

Mammut lanoso o.. Qualcos’altro?


E già qui sorgono le prime perplessità: l’azienda ha parlato di mammuth, ma… mammuth non è!
Dopo aver armeggiato con taglia e spilla molecolari ho finalmente il mio elefante indiano con la skin da mammuth. Dove lo mettiamo? Lo mettiamo nella tundra.
Per chi non lo sapesse, la tundra è un bioma che si estende nelle zone del pianeta dove la temperatura media annua è inferiore allo zero. Qui la vegetazione è bassa, ci stanno solo piante erbacee, muschi e licheni in quanto le piante con radici più sviluppati soffrono troppo il freddo del terreno ghiacciato per poter sopravvivere. Ma torniamo al pelosetto.

Secondo la Colossal il loro progetto avrebbe due effetti positivi sull’ambiente: il primo sarebbe quello della conservazione dell’elefante indiano, che non passandosela bene nel proprio habitat a causa dell’uomo avrebbe la possibilità di spassarsela in un ambiente dove l’uomo ha ancora qualche difficoltà a prosperare.
Se ci si ragiona un attimo, questa cosetta di prendere una specie minacciata e spostarla intenzionalmente a fini protezionistici in un altro luogo esiste già, ed è chiamata conservazione ex-situ.

 Per le piante è spesso una prassi conservare specie non autoctone all’interno di banche del seme, orti botanici e coltivazioni, mentre per gli animali è un po’ più complicato perché… gli animali si spostano, no? Eppure esistono progetti del genere, come per esempio quello che vedrebbe l’introduzione del Capriolo in Sicilia uno strumento di conservazione poiché risulta a rischio nell’Italia centro-settentrionale.

E’ stata persino istituita una zona chiamata “Area del capriolo” nel Parco dei Nebrodi, anche se tutt’ora la legislazione regionale non ne consentirebbe l’introduzione e il progetto presenta molte criticità… tipo il fatto che si è discusso molto sul progetto ma nessuno ha ancora pagato uno zoologo per valutare se la specie potrebbe presentare un danno al Parco Naturale, come molte specie alloctone introdotte. Vi prego pagate gli zoologi. Fateci mangiare.

Clonazione a fin di bene! Forse..

Il secondo punto di forza del progetto secondo i fondatori dell’azienda sarebbe che, introducendo dei grossi pascolatori, questi stimolerebbero la crescita delle praterie della tundra un po’ come mucche e pecore che, brucando l’erba, non solo aiutano le praterie a mantenersi ed estendersi ma impedirebbero a cespugli e giovani alberi di crescere favorendo le piante erbacee. Le praterie della tundra a loro volta, aiuterebbero a preservare il permafrost, lo strato perennemente ghiacciato del terreno che, ultimamente, si sta sciogliendo per via del riscaldamento globale liberando nell’atmosfera tonnellate di carbonio ogni anno e alimentando dunque il cambiamento climatico in un delizioso circolo vizioso che forse ci sterminerà tutti. Un giorno.

Tanti bei propositi dunque. In teoria! Le critiche al progetto non si sono fatte attendere e Tori Herridge, biologo evoluzionista e comunicatore scientifico al Museo di Storia Naturale di Londra, si è detto molto perplesso a riguardo e ha mosso delle opinioni su cui dovremmo riflettere un attimo.

  • Come prima cosa, se la Colossal dovesse riuscire nei suoi intenti, ciò altererebbe la percezione che noi umani abbiamo del mondo naturale. E’ infatti vero che utilizziamo già l’ingegneria genetica per produrre ortaggi e verdure più resistenti e appetitose, ma con gli animali… Beh, la faccenda non è altrettanto semplice. E se pensiamo che per “semplice” si intende tutte le polemiche che nascono dalla controversia sugli OGM… beh, diventa un casino;
  •  Il mammuth infatti non sarebbe un originale ma semplicemente un elefante indiano geneticamente modificato per assomigliarvi, a seguito dell’isolamento di circa 60 geni che, come abbiamo già detto, ne modificherebbero l’aspetto e la fisiologia dell’animale (pelliccia lunga, orecchie piccole e un maggiore immagazzinamento del grasso corporeo). Sarebbe dunque importante ragionare se abbia più senso dargli accesso alla tundra… o magari proteggere un pochino meglio il suo habitat. Che ne dite?
  • C’è da mettere in conto che la fotografia degli ecosistemi dove viveva il mammut lanoso, al suo tempo, non esiste più. Persino la tundra dove si pensa di volerli reinserire non sarebbe, con molta probabilità, la stessa di allora poiché il paesaggio cambia e gli organismi con esso.

Quanti mammut servono per mantenere una popolazione in salute?

Ora, mettiamo un attimo da parte le critiche di Herrige, e aggiungiamo altra carne al fuoco. Ammettendo che si riesca effettivamente a realizzare questi mammuth surrogati (cosa che non è scontata, ci sarebbero un sacco di problemi a livello etico e legislativo per portare fino alla fine lo sviluppo di embrioni di animali geneticamente modificati), è improbabile che si riesca a fornire alla popolazione iniziale una variabilità genetica tale da mantenerla sana nel tempo.

Se noi abbiamo che ne so, 20 Mammuth? 30? Facciamo 50. Questi a lungo andare, riproducendosi, andrebbero incontro a inbreeding, ovvero riproduzione tra consanguinei, e tutti sappiamo che non è una bella cosa proprio perché a livello genetico inizierebbero ad esserci errori e a insorgere malattie che porterebbero la popolazione al collasso. E’ per questo per esempio che gli allevatori di cani devono “rinsanguare” periodicamente, ovvero far riprodurre i propri animali con altri provenienti da allevamenti esterni. Ma di cani ce ne stanno quanti ne vuoi… invece a mammuth come siamo messi?

Io personalmente penso che tutta la questione sia nata solo come un’ azione per pubblicizzarsi, una manovra commerciale per farsi notare dal grande pubblico. Altrimenti perché il mammut lanoso? Perché non il ratto gigante di Tenerife?

E voi, cosa ne pensate di tutta questa storia? Raccontatecelo nei commenti e se il video vi è piaciuto mettete un mi piace, condividetelo e se non lo avete ancora fatto, iscrivetevi al canale per entrare a far parte del branco.

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